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Giorno 14 dicembre le ACLI di Agrigento hanno tenuto un incontro di spiritualita' presso il seminario vescovile di agrigento con la partecipazione del presidente prov.le Angelo Pecoraro, dell'assistente spirituale Padre Nicolo' Salemi e di Padre Stefano Casà del movimento Opus Matri Verbi.
La riflessione di quest'incontro ha suscitato grande interesse tra i presenti , quasi tutti presidenti delle strutture di base e membri del consiglio provinciale.
Lo scopo dell' incontro e' stato :mettere in evidenza il significato autentico del Natale .
E' stato un segno importante all'interno della nostra associazione, alla quale oggi piu' che mai viene assegnato il compito di mantenere vivo il messaggio cristiano.
Resp.prov.le del coord.donne:Elena Buttice'
di paola zappaterra
Davanti alla scuola di mia figlia, all’ora in cui bambini e bambine, con pari irruenza, stanno per irrompere fuori dall’ingresso, aspetta, spesso in compagnia di altre donne velate, una donna che porta il famigerato niqab, il velo pressoché integrale che lascia soltanto una piccola fessura per gli occhi.
E’ nero nerissimo dalla testa ai piedi, a volte invece dà su un soprabito marrone. La prima reazione irriflessa quando la vedo è una specie di dolore fisico, di stretta al cuore che mi lascia in grande imbarazzo. Non riesco a distogliere lo sguardo, e sono senza parole. Senza le parole che tante volte mi hanno soccorso.
«Io glielo strapperei» interviene alle mie spalle un’altra mamma. «Lo sai che all’asilo non le consegnavano il bambino? Non so perché qui glielo diano. Mica possono sapere chi è. E’ ora di smetterla, noi rispettiamo le loro tradizioni ma loro non rispettano le nostre. Se vogliono vivere a casa nostra devono rispettare le nostre regole. Pretendono persino di togliere i crocefissi dalle aule!». Non so che replicare. La rabbia è anche la mia, è inutile che faccia finta di niente. «Sono le loro tradizioni, i loro usi» azzarda una terza. Io resto sempre senza parole.
Il mio disagio cresce finché, dal lavorio interiore che accompagna le ore successive, non emerge il nocciolo più doloroso del nostro breve scambio ai cancelli della scuola. Quello che mi pesa di più è non poter nominare la rabbia e la sofferenza come rabbia e sofferenza femminili. In quel noi e loro, ogni singola donna con la sua irriducibile storia scompare, proprio come dietro a quel luttuoso velo nero.
Allora mi dico che se vogliamo uscire da quel noi e da quel loro che passano sopra, negandola implicitamente, alla mia differenza, dobbiamo essere disposte a riconoscere con coraggio a ciascuna donna titolarità e autonomia per decidere di sé e delle proprie scelte. E quindi non proibire di portare il velo alle donne che lo desiderano, e tuttavia sostenere senza alcuna esitazione e ambiguità e in ogni modo quelle che non lo vogliono portare. Non è però tutto qui il senso del dilemma e dello strazio interiore.
E’ che la scelta delle donne che affermano di avere deciso autonomamente di portare il velo interroga ciascuna di noi perché è in quanto appartenente al genere femminile che a lei e alle altre viene indicato di portare il velo. Lo portano innanzi tutto perché donne; per questo è fuorviante attribuire al velo l’esclusivo valore di appartenenza religiosa o etnica e paragonarlo ad altri segni esteriori di adesione ad una fede particolare o a una identità etnica (è significativo che donne non musulmane che si recano in alcuni paesi islamici siano tenute a portarlo durante il loro soggiorno). Il velo non indica una generica adesione alla fede islamica, ma un’interpretazione precisa della verità di fede che implica uno strettissimo controllo della sessualità femminile e l’identificazione delle donne con questa loro sessualità perturbante e pericolosa per l’ordine umano e divino.
M’interrogo perciò senza risposte definitive sulla scelta di queste donne; e là dove non ci soccorre il richiamo al peso della tradizione, alla pressione delle famiglie, all’obbligo spesso imposto con la forza ciò che dobbiamo chiederci è perché, ad esempio, giovani donne alla ricerca di una dimensione significativa della propria identità e libertà la individuino in questo confine simbolico che le segna e le consegna ad uno spazio segregato, ancorché scelto.
Non strapperò alcun velo, né reale, né metaforico. Ma non smetterò di porre domande a me e ad altre donne più che al “noi” e al “loro” dello “scontro di civiltà”.
(da corriere.it un sondaggio sulle frasi piu' divertenti espresse dai bimbi a gesu' bambino)
| Ecco alcune delle frasi tratte dalle letterine a Gesù e raccolte nel libro «Caro Gesù, la giraffa la volevi proprio così o è stato un incidente?». |
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"Un giorno di dicembre mi feci una domanda: cos'e' la felicita'?". "Chiesi ad una rondine e lei spicco' il volo." "Chiesi ad un bambino e lui mi invito' a giocare." "Chiesi ad un anziano e lui mi racconto' la storia della sua vita". "Ritornata a casa chiesi alle persone a me care cos'e' la felicita', e tutti mi risposero con un abbraccio ed un bacio". "Allora compresi che la felicita' e' vivere ogni giorno serenamente". E.B. |
(Ségolène royal)
Figlia di Jacques Royal, militare, colonnello d'artiglieria, e di Hélène Dehaye, il suo nome completo è Marie-Ségolène. Dall'età di venticinque anni ha scelto di tenere come unico nome quello di Ségolène.
È dalla fine degli anni settanta compagna di vita di François Hollande, attuale primo segretario del Partito socialista, con il quale ha avuto quattro figli. Dal 1988 è deputata delle Deux-Sèvres.
Dall'aprile 2004 è anche presidente della regione Poitou-Charentes.
Il 16 novembre 2006 gli iscritti al partito socialista l'hanno designata candidato del partito alla Presidenza della Repubblica, la cui elezione si svolgerà nel 2007.
Ségolène Royal si è pronunciata a favore del divieto di cumulo delle cariche (divieto previsto dal programma del Partito socialista) e per esservi coerente ha annunciato che, in quanto presidente di regione, non si ricandiderà a deputato alle elezioni legislative del 2007.
Riguardo la Presidenza della Repubblica, ha dichiarato che il potere attualmente nelle sue mani andrebbe condiviso, è a favore della limitazione a due mandati presidenziali, così come in generale alla limitazione temporale per tutte le altre cariche elettive.
Ha proposto la creazione di "giurì di cittadini", estratti a sorte, che controllino l'operato dei politici eletti. Questa proposta ha suscitato vivaci reazioni, sia a destra (un articolo di Le Figaro evocava il paragone con i soviet) sia a sinistra (Michel Rocard ha parlato di "stupidità" e Laurent Fabius di "populismo").